Destra e sinistra,
due fiumi di idee stimolate da obiettivi simili ma
alimentate da modalità diverse, compongono due paradigmi
di pensiero che si rivolgono allo stesso contesto spazio
– temporale: i cittadini di uno Stato e il loro tempo.
Questi due ambiti, la popolazione ed il contesto storico,
costituiscono le coordinate di riferimento per il
programma di qualsiasi partito. Ma presentano nella
contemporaneità un confine meno netto: i processi di
globalizzazione tendono, infatti, ad annullare le distanze
riducendo spazio e tempo: l'estensione dei mercati, la
penetrazione dei mezzi di comunicazione in modo sempre
più capillare e la possibilità di raggiungere luoghi
lontani in tempi brevi costituiscono alcuni emblematici
esempi di interdipendenza globale.
|

|
La struttura nazionale
tende progressivamente a perdere la propria incidenza sul
cittadino che si trova ora a vivere in un nuovo mondo: il
villaggio globale. E' questo un luogo dove la dimensione
locale viene affiancata da una sovrastruttura globale.
L'identità nazionale ed il peso di ciascun Paese
nell'arena mondiale si combinano dando ad ogni uomo una
nuova percezione di sé rispetto al concetto di nazione.
Nascono così grandi agglomerati economici come l'Unione
Europea, il Mercosur, l'Asean, il Nafta e l'Unione
Africana che tendono successivamente ad allargare il loro
raggio di influenza verso la sfera politica. |
Il
naturale procedere delle forze globalizzatrici porta
dunque alla conseguente creazione di modelli che si
rivolgono ad un numero di persone sempre più vasto. Ma il
convergere di istanze nazionali in questa nuova miscela
globale presenta un grande rischio: lo sproporzionato
potere di alcuni soggetti rispetto ad altri. Globalizzare
non significa, ad esempio, esportare il modello americano
ma trovare una equilibrata orchestra di voci difendendo e
incoraggiando la pluralità nel rispetto dell'identità di
ogni Stato. Pensiamo alla situazione dell'Iraq prima della
seconda Guerra del Golfo: sul Paese, tra i più ricchi al
mondo per la produzione di petrolio, gravava il giogo
delle sanzioni. Con la motivazione di liberare il popolo
dal regime totalitario di Saddam Hussein e ristabilire la
democrazia, gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire
militarmente. L'ex rais è stato catturato ma il tessuto
sociale iracheno è stato pesantemente violentato: sono
morti migliaia di civili, intere schiere di soldati e
soprattutto è nato un naturale sentimento di resistenza
all'occupazione americana. Ma accanto a questi drammi
resta il dubbio più angosciante che divide e provoca
effetti ancora più devastanti. L'interrogativo è questo:
i soldati statunitensi stanno esportando in Iraq il
modello democratico americano o il petrolio iracheno negli
Stati Uniti?
|
Adesso torniamo indietro, torniamo al periodo
delle sanzioni. Pensiamo all'Iraq ancora sotto Saddam ma
libero dalle sanzioni economiche. Immaginiamo un Paese che
ha la capacità di affacciarsi nel mercato mondiale. Le
tendenze economiche avrebbero portato l'Iraq ad un
confronto non militare con altri Stati nonostante la
dittatura politica. Con l'abolizione delle sanzioni si
sarebbe passati dalla chiusura obbligata a nuove
opportunità di sviluppo ed alla probabile nascita di uno
spazio economico arabo. E all'interno di questo spazio
avrebbe germogliato, prima o poi, il vento del cambiamento
e l'opposizione a Saddam. Gli iracheni avrebbero così
realmente compreso la parola democrazia e sfruttato
liberamente una loro risorsa generosissima ma non illimitata:
il petrolio. |

|
Il
villaggio globale soffre di sbilanciamento: pende
pesantemente a occidente e i Paesi del sud del mondo non
riescono ad uscire da un sempre più acuto vortice di
miseria. Manovre e misure volte ad un migliore equilibrio
dell'assetto globale non sono dunque solo auspicabili ma
necessarie anche per i Paesi più ricchi: l'oppressione
produce, alla lunga, un potere instabile e continuamente
minacciato da resistenze altamente devastanti. Le minacce
provengono da forze oscure che agiscono nell'ombra e
alimentano il terrorismo. Accanto ad un villaggio globale
squilibrato nasce così, dalle viscere di sentimenti
pericolosissimi come l'odio e il rancore, un altro sistema
diffuso a livello mondiale: la multinazionale del terrore.
Per combattere questa piaga una migliore distribuzione
delle risorse sul pianeta ed il rispetto delle identità
locali rappresentano un'arma migliore di qualsiasi bomba o
intervento militare. Il mondo ha bisogno di pace e
organizzazione: è urgente un apparato internazionale che
tuteli gli interessi di ogni popolo in modo paritario.
|

|
La
struttura dell'attuale villaggio globale è
formata da poche roccaforti che hanno costruito
una trama globale altamente segmentata. Molti
Paesi rimangono al di fuori dei centri di potere e
appaiono come isole isolate, ai margini dello
scacchiere politico che conta. La loro inclusione
significherebbe dare un ponte a chi non ha voce, a
chi è escluso dalla logica dello sviluppo perchè
visto come una sorta di grande magazzino da cui
far uscire materie prime per l'occidente. Ma non
è così. I Paesi africani, dove il sottosuolo è
ricchissimo di risorse, potrebbero costituire ad
esempio un validissimo serbatoio di saperi. Negli
africani c'è determinazione, spirito al
sacrificio e grande voglia di apprendere:
basterebbe avviare processi di formazione adeguati
per far scattare una molla virtuosa e
irreversibile. Invece continua la schiavitù in
forme ancora peggiori: sono quelle dello
sfruttamento di risorse altrui e soprattutto dello
strategico mantenimento di un basso livello di
istruzione. |
Un
partito che voglia essere flessibile deve saper guardare a
destra e a sinistra: deve essere in grado di leggere i
tempi ma soprattutto vedere il mondo nella sua interezza
per poterlo modellare in una forma migliore. Un partito
che voglia coniugare i patrimoni della destra e della
sinistra deve anche stimolare e promuovere la nascita di
istituzioni globali in grado di distribuire uguaglianza,
sviluppo e giustizia. E' questo un partito che nella mia
testa ha già un nome: "Rete globale".
Amedeo
Lomonaco
